Archive for settembre, 2007

The informant

The Informant! (The Informant!, USA, 2009) di Steven Soderbergh; con Matt Damon, Melanie Lynskey, Scott Bakula, Patton Oswalt, Thomas F. Wilson, Frank Welker, Tony Hale, Mike O’Malley, Joel McHale, Scott Adsit.

Mark Whitacre lavora nella multinazionale Archer Daniels Midland. L’uomo scopre che l’ADM sta architettando una cospirazione sul controllo dei prezzi ai danni del consumatore e decide di contattare l’FBI, che gli chiede di fare da spia. Le accuse però non reggono per mancanza di prove, e man mano che la vicenda prosegue la credibilità dello stesso Whitacre inizia a diminuire…

Se si volesse leggere tra le righe una metafora, si direbbe che The Informant! è da una parte un po’ la parabola del cinema di Soderbergh. Che tenta di acquistare una sua identità e una sua fortuna nel panorama d’autore, e quando sembra esserci riuscito smarrisce la bussola: come il protagonista della storia, che sogna di diventare un eroe e invece casca inesorabilmente in trappola.

Per farla più semplice e senza complicarci inutilmente la vita: Soderbergh è un regista medio al quale all’epoca si sono fatte passare troppe cose medie o mediocri, e che solo ultimamente sembra star finalmente acquistando quell’identità che pare aver tanto cercato per anni, sin dall’interessante, ma non perfetto, esordio, ovvero Sesso, bugie e videotape.

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Sospeso tra grande cinema hollywoodiano e cinema indipendente, sospeso tra Traffic e Bubble, Soderbergh continua a cambiare abito anche oggi: dal cinema più estremamente autoriale del dittico Che al cinema a basso budget e minutaggio The Girlfriend Experience (provate a recuperarlo: non è privo di interesse), fino al cinema hollywoodiano che però non rinuncia ai temi importanti come questo The Informant!.

Ma permetteteci di pensare che qualcosa, piaccia o meno, stia cambiando nel cinema del regista. Sarà una certa consapevolezza in più, sarà che l’inutile saga di Ocean ha stufato anche lui, sarà che forse sta arrivando quella maturità che non sembrava arrivare mai, ma Soderbergh ultimamente sembra più capace di centrare le idee che vuole portare sullo schermo e – cosa più importante – sembra più capace di mantenere un ritmo adatto alla storia che sceglie.

The Informant! infatti sembra un diesel: al solito, come in gran parte della filmografia del regista, sembra non voler ingranare. Ma questa volta è una scelta ben pensata e calibrata, proprio come il ritmo pacatissimo di Che era adatto alla figura di cui narrava le battaglie e la Passione. E infatti il ritmo e il divertimento di The Informant! iniziano ad aumentare man mano che il protagonista Mark Whitacre comincia ad acquistare uno spessore folle e stravagante.

Si è parlato di film medio, e forse la definizione non è (ancora) sbagliata. Ma il film è professionale, di quella “medietà” che non fa pensare a tempo sprecato o a soldi buttati, anche perché Soderbergh ha in mano una sceneggiatura, scritta da Scott Z. Burns, con alcuni momenti deliranti impagabili e battute che colpiscono il bersaglio, come quella su 0014 e 007.

E mentre il mondo di Whitacre incomincia a diventare una fusione sempre più incredibile di verità e menzogna, di lucidità e follia, c’è tempo per ragionare sull’americano medio che in ogni modo cerca di raggiungere il suo spazio del mondo. E in questo l’interpretazione di Matt Damon è una carta vincente, col suo look e la sua immedesimazione con un personaggio per niente banale.

Con un’estetica decisamente anni ‘70 (notare anche i titoli), anche se siamo nei primi ‘90, The Informant! si presenta come una commedia divertente, godibile, e alla quale non mancano frecce al proprio arco. Come sempre quando si parla di Soderbergh, tecnicamente ineccepibile, ma questa volta anche intrigante: perché ci si appassiona anche nel voler districare una matassa che forse sta tutta nella testa di un personaggio col quale non per forza bisogna immedesimarsi.

da “Cineblog.it”

“The Informant!” di Steven Soderbergh

Dietro l’informatore

Marc Whitacre (Matt Damon) è un brillante biochimico prestato al managment per una multinazionale di prodotti alimentari. Insieme a poche altre aziende al mondo, la sua compagnia gestisce l’immissione sul mercato della lisina e altri simili derivati del mais. Un uomo tranquillo, puntuale in ufficio, cordiale con i colleghi, presente con la famiglia. Marc ha solo qualche vizietto: cravatte firmate, macchine di lusso e l’imprescindibile, patologica, incontrollabile impossibilità di dire la completa e semplice verità.

Si sa che spesso e volentieri – non solo nel 1992, anno in cui il film è ambientato – le grandi aziende fanno il gioco sporco e, tra accordi sottobanco e cartelli sui prezzi, incentivano la “sana” e “vecchia” pratica delle mazzette. Così, quando l’FBI lo contatta per un’indagine su una fantomatica talpa all’interno della società per cui lavora, in un connubio di false verità e realistiche falsità, l’ordinario Dottor Whitacre mette in moto spontaneamente un circolo vizioso che cambierà decisamente la sua vita e decide invece di vuotare il sacco sull’operato dei più alti vertici dell’azienda.

Marc passa dunque rapidamente da dirigente rampante a improvvisato – diligente e sfrontato – informatore per il Federal Bureau. Peccato che gli scheletri dentro il suo armadio privato rischino di mettere a repentaglio anni di indagini…

Una storia vera, per quanto incredibile, ispirata dal libro biografico di Kurt Eichenwald. Un uomo apparentemente onesto e ordinario si rivela, pur mantenendo quasi intatto il suo candore iniziale, un’artista della menzogna, un (quasi) genio della truffa. Soderbergh realizza finalmente un progetto iniziato sette anni fa insieme a George Clooney con la loro Section Eight. Una lavorazione veloce, una sceneggiatura ferrea e un gruppo affiatato di attori per una commedia dai risvolti amari e dalla splendida fotografia digitale.

Ma se il film scorre piacevolmente per tutta la sua durata, la volontà del regista di concentrarsi principalmente sul personaggio principale e sui suoi risvolti umani, toglie in qualche frangente il potenziale anche politico e sociale che avrebbe potuto aprirsi come scenario collaterale alle vicende narrate. Poco male, Hollywood è sempre Hollywood (anche per i film a budget ridotto), e Warner porta in sale un film che diverte e intrattiene. Come dargli torto?

di Giacomo Sebastiano Pistolato, da “Nonsolocinema.com”

Matt Damon contro l’industria agricola

di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

È come un film dei Coen ma riuscito meno bene, un Burn after reading senza brio nella scrittura, cinico ma col dolcificante. Ruota su un manager che denuncia l’aziendale imbroglio sulla lisina, additivo del granturco. Nessuno è perfetto, tanto meno questo biochimico che copre magagne e tangenti, infilandosi nel tunnel della bugia. Parlatissimo, nello stile democratico per mostrare a Obama che Hollywood è viva, Soderbergh langue sull’humour ma scopre un brutto, grasso ma bravissimo Matt Damon.
Da Il Corriere della Sera, 18 settembre 2009

Mark, doppiogiochista da multinazionale

di Mariuccia Ciotta Il Manifesto
A decostruire l’unico mondo reale conosciuto, tutto il resto è ideologia, secondo gli adepti di Wall Street, ci pensa Steven Soderbergh (George Clooney produttore esecutivo) in The Informant! Il regista di Che, Traffic (Oscar), Erin Brockovich, Sesso, bugie e videotape, smonta pezzo per pezzo la macchina trita-uomini che ha prodotto il crack mondiale.
Mark Whitacre (Matt Damon) è un giovane biochimico in carriera del gigante Adm (corporation agro-industriale Archer Daniels Midland), che tenta l’estrazione di lisina dal mais, ma un virus minaccia la produzione e il suo capo lo stressa. Ogni mese la società perde 7 milioni di dollari. La lisina è un amminoacido essenziale per l’uomo, è presente in tutti gli scaffali del supermarket, dalle bibite alle merendine, e chi riesce a ricavarlo dai cereali fa fortuna e domina il mercato internazionale. Mark scopre che la Adm (tutto vero) fa trust con le aziende concorrenti, soprattutto giapponesi e si accorda sui prezzi dei prodotti. Mark decide di collaborare con l’Fbi. Perché? Pensa che i «buoni» saranno ricompensati, che i «cattivi» andranno in carcere e lui, l’eroe al servizio del popolo, sarà promosso a capo dell’azienda. L’insider lascia tutti a bocca aperta. Chi viola le regole sregolate e rapaci del mercato è morto. Ma Mark si fa microfonare, segugio dalle Hawaii a Tokyo, registra, filma, riferisce all’agente Brian (Scott Bakula, Star Trek) per tre anni e mezzo, sostenuto dalla moglie devota. Mark fa parte della rapina programmata dell’Adm, è un triplogiochista drogato di se stesso, così ingenuamente furbo da trasfigurarsi nel grande accusatore del sistema. Tratto dal libro di Kurt Eichenwald (sceneggiato magnificamente da Scott Z. Burns), The Informant! è un’analisi spietata e surreale delle corporation, «banalità del male» alla catena di montaggio, dal più modesto impiegato al Ceo, esempio di complicità estesa.
Mark, l’inaffidabile collaboratore dell’Fbi, accompagna le sue avventure di spia con un flusso di coscienza che fa da controcampo alla spaventosa vita dell’«uomo d’affari», al di là degli accordi di cartello, mazzette, fondi sottratti. Mentre viaggia, pensa agli orsi polari, alle cravatte, ai discount, filosofeggia, divaga… L’effetto è un agghiacciante sdoppiamento dell’essere, uno colpevole, l’altro no. Soderbergh in questo film che non dà tregua, e sposta continuamente la percezione del male, si avvicina alla grandezza di Monsieur Verdoux, il Charlie Chaplin assassino di ricche vedove che in tribunale pronuncia il leggendario atto di accusa contro i criminali della storia. Anche Mark protesta, lui che ha sottratto solo 11 milioni dollari alla Adm è condannato a 9 anni di carcere mentre loro, che «hanno rubato in tutti i negozi del mondo», se la cavano con 3… A proposito della riforma sanitaria di Obama, si capisce l’interiorizzazione del sospetto che il bene comune sia contro il proprio interesse. «Tutti in questo paese sono vittime di un crimine delle grandi compagnie prima che abbiamo finito di fare colazione».
da Il Manifesto, 18 settembre 2009

Com’è brillante Matt Damon spia aziendalista dell’Fbi

di Paolo D’Agostini La Repubblica
Dopo il doppio Che, tutt’un altro Soderbergh. Sornione e brillantissimo. Vincitore della scommessa di estrarre da Matt Damon un’interpretazione da commedia americana classica. E la storia (vera) di Mark Whitakre: capace e ambizioso tecnico di una megacompagnia agroalimentare di cui scala i vertici manageriali. Il suo aziendalismo combinato con una dissociazione della personalità che strada facendo apprenderemo quanto sia patologica, lo conduce a farsi informatore dell’Fbi. Mark scopre altarini gravissimi ma al contempo, e senza che ciò scalfisca il suo sentirsi eroicamente destinato a sostituire i cattivi nella conduzione dell’azienda, mente disastrosamente sugli illeciti da lui stesso commessi. La cosa più bella è il sentimento paterno che malgrado tutto non può impedirsi di nutrire per lui l’agente Fbi incaricato del caso. Scott Bakula è all’altezza dei grandi caratteristi della commedia americana dei tempi d’oro.
Da La Repubblica, 18 settembre 2009

Damon ingrassato ma in ottima forma

di Gian Luigi Rondi Il Tempo
Una storia vera. Con una persona al centro che, grazie a un colorito romanzo di Kurt Eichenwald, a un’abile sceneggiatura di Scott Z. Burns e, soprattutto, a una furbissima regia di Steven Soderbergh, è diventata un grande personaggio, bugiardo e truffatore ai massimi livelli.
Siamo negli anni Novanta, in una cittadina del Midwest in cui ha sede un colosso dell’industria alimentare dove il protagonista occupa una tale posizione di prestigio da poterne conoscere quasi tutti i segreti. Ecco perciò che comincia a servirsene non solo ai propri fini speculativi, ricavandone milioni, ma arrivando a proporsi come informatore (l”informant” del titolo) addirittura all’F.B.I. parte dicendo la verità, parte però inventando trame oscure, complotti, corruzioni che lo fanno sentire presto al centro di un intrigo di cui regge con indubbia abilità le fila. Anche se, alla fine, arriverà il momento in cui i nodi verranno al pettine senza però convincere il gran bugiardo di dire fino all’ultimo la verità almeno agli avvocati intenti, a fatica, a cavarlo dagli impicci in cui si è cacciato.
Un grande personaggio, appunto, insolito, pittoresco e quasi sempre al centro di situazioni talmente surreali da risultare comiche. Ecco, la comicità. Fino alla fine non si sa mai quando il protagonista menta, o dica cosa vere, con una tale placida attitudine, una tale calma nei rapporti con gli altri da destare presto il sorriso per merito anche di dialoghi che, rasentando l’incoscienza e spesso anche l’assurdo, mostrano di esserci snocciolati solo per farci ridere.
In climi, in cui, all’opposto, tutto sembra svolgersi nel più serioso dei modi, in quegli ambienti delle multinazionali in cui tutti, giacca, cravatta e ventiquattrore al fianco, si muovono impettiti e severissimi, specie quando si architettano reciprocamente le frodi più sottili.
Vi sta in mezzo, compunto e quasi astratto, un Matt Damon ingrassato per la parte (doveva appunto, ricordare una persona vera) al meglio di tutte le sue doti, a cominciare da quella comicità segreta che è la cifra del film.
Da Il Tempo, 19 settembre 2009

Il cattivo tenente

Il cattivo tenente. Un film di Werner Herzog

Che Werner Herzog fosse un grandissimo regista non avevamo alcun dubbio. Che fosse perfettamente in grado di misurarsi con gli stilemi del cinema americano ne abbiamo avuto la prova. Il cattivo tenente è in tal senso una pellicola emblematica che mette in luce le attitudini elastiche di un cineasta dalla fortissima impostazione autoriale, cioè la sua evidente capacità di giocare anche “fuori casa” e di portare a termine una prestazione eccellente in “territorio ostile”. Non solo. Herzog riesce a gestire in maniera raffinata la materia narrativo/espressiva al punto di percorrere anche le strade impervie della deriva visionaria e del grottesco.

Il cattivo tenente però è anche un poliziesco di stampo classico, uno di quei polizieschi americani basati su un principio molto preciso: il bene e il male sono fattori che si confondono, che convivono nello stesso corpo, nella stessa mente.

Herzog descrive con impostazione registica mai ripetitiva l’inabissarsi nella corruzione fisica e mentale di un ufficiale di Polizia che pur drogandosi e commettendo ogni genere di illegalità all’improvviso diviene capace di gesti di umanità. Il regista tedesco elabora in maniera assai efficace l’ambiguità del personaggio e lo pone di volta in volta in situazioni pericolose, tragiche, comiche, assurde, surreali.  Terence McDonagh, questo il nome del personaggio principale, vive in uno stato di perenne devastazione mentale, percorre costantemente il confine che separa lucidità e delirio. Nicolas Cage, che ricopre il ruolo centrale, fornisce una buona prova, probabilmente perché ben diretto da Herzog e ben collocato nella parte di un personaggio tutto esteriore e folle.

Werner Herzog da parte sua rispetta e allo stesso tempo rende caricaturale il genere poliziesco e non perde occasione per lanciare il suo sguardo in una società complessa e contraddittoria come quella degli Stai Uniti d’America. È venuto fuori un film angosciate e divertente, teso e comico, tragico e grottesco, una specie di grandioso esercizio di genere condito con le caratteristiche della poetica e dello stile del cinema del cineasta tedesco.

Evitiamo di alimentare le polemiche innescate da Abel Ferrara che diresse qualche anno fa un altro Cattivo tenente. Appare invece assai interessante poter effettuare una comparazione tra le due opere, tra i due stili di regia e tra i due protagonisti, Nicolas Cage (per Werner Herzog) e Harvey Keitel (per Abel Ferrara). Questi ultimi due sono esempi molto precisi di maniere diverse di intendere la recitazione e di costruire i personaggi.

di Maurizio G. De Bonis, da “CultFrame.com”

La bontà indifferente

Il cattivo tenente di Herzog racconta la storia dell’agente Terence, che nella New Orleans devastata dall’uragano Katrina combatte la malavita senza convinzione. Redenzione o beffa? > Non c’è alcun dio né alcun demonio, sotto il cielo di piombo di Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans (Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans<7em>, Usa,2009, 121′).Vagamente ispirato al Bad Lieutenant di Abel Ferrara, non ne ha le contraddizioni e gli eccessi paranoico-religiosi. Terence McDonagh ( Nicolas Cage) nonè un santo peccatore né un timorato bestemmiatore, com’era invece il poliziotto irlandese e cattolico interpretato nel 1992 da Harvey Keitel. Se è “cattivo”, non ne fa una colpa a nessuna entità superiore, e neppure a se stesso. Insomma, è disinteressato a qualunque al di là, e tutto interno alla terribilità oggettiva della vita, non solo umana.

Proprio dal confronto, e anzi dal contrasto fra la vita umana e quella non umana prende inizio il film di Werner Herzog e dello sceneggiatore William M. Finkelstein: un serpente si infila sinuoso tra le sbarre di quella che sembra una grata o un’inferriata. Scopriremo poi che si tratta della porta di una cella, e che dentro la cella – allagata fin quasi al soffitto – un prigioniero sta per annegare.L’azione,avvertono ititoli di testa, si svolge a New Orleans, appena dopo il passaggio distruttore dell’uragano Katrina, il 29 agosto del 2005. Ma non è quella catastrofe l’interesse profondo del regista tedesco. D’altra parte, il film non ne mostra le immagini. La catastrofe che davvero Il cattivo tenente
racconta sta tutta nella mente e nel corpo di Terence, e degli uomini e delle donne che gli stanno attorno.
Già dall’inizio, con il prigioniero che sta per morire affogato, Herzog ce la mo-stra, quella catastrofe. Più freddo e più crudele d’un serpente, Stevie (Val Kilmer) – il detective compagno di Terence – lascerebbe il disperato al suo destino. E s’appresta a farlo, ridendone. Non così Terence, che si butta in acqua e lo salva. Ma non è un gesto eroico, il suo. Piuttosto, somiglia a un impulso casuale, immotivato. È questa la vera catastrofe: non quella dell’egoismo beffardo di Stevie, ma quella della solidarietà distratta e indifferente di Terence. Può fare qualunque cosa, il “cattivo tenente”, il male come il bene, supponendo che per lui questo dualismo abbia senso.
Sostiene Herzog che Terence sia una sorta di Riccardo III, già a partire dal corpo (per tutto il film Cage si muove con le spalle curve, rattrappite, simulando un forte dolore alla schiena). Tuttavia, non c’è in lui alcuna volontà di potere, di usurpazione. Tutto quello che nel personaggio di William Shakespeare tende al trionfo “in pubblico”, in Terence si riduce a misere prepotenze ” in privato”, magari a danno di qualche coppia d’amanti occasionali, cui sottrae con l’inganno e la violenza una o due bustine di coca o di eroina. E tutto questo, peraltro, non contrasta con la sua decisione, anch’essa non eroica ma certo cocciuta, d’arrivare a scoprire e punire gli assassini di un’intera famiglia di immigrati africani, bambini compresi.
Tutto è uguale nella mente di Terence e nel suo mondo. Li si può dire extramorali, l’una e l’altro, se per moralità (o immoralità) si intende l’atteggiamento consapevole di chi sceglie, in un senso o nel senso opposto. Il cattivo tenente appunto non sceglie. Come per il suo tuffo in soccorso del prigioniero, semplicemente si trova coinvolto nelle proprie azioni, quasi costretto a portarle fino in fondo. Una sola cosa davvero vuo-le, e davvero sceglie: l’assunzione della droga, che di continuo ricerca in ogni modo. Per il resto, vive in una sorta di allucinazione, come se quello che gli sta intorno non fosse che una proiezione di fantasmi. E a questi fantasmi Herzog dà vita e corpo, riprendendo egli stesso con una speciale macchina da presa a mano iguane e alligatori, che stanno in scena quasi in soggettiva, e allo stesso tempo ne stanno fuori, tragici e spaesanti testimoni di una dimensione “selvaggia” della vita, anche di quella umana.
A differenza del film di Ferrara, che era una pia vita del santo capovolta, questo secondo Cattivo tenente è un noir profondamente, disperatamente ancorato nell’umano,troppo umano. Non solo Terence è disinteressato a una prospettiva morale, di qualunque tipo. Come lui, lo sono quelli stessi cui dà la caccia, assassini e mercanti di droga che vengono dai ghetti neri, e che peraltro somigliano ad assassini e mercanti di droga bianchi, soci e alleati di altri bianchi, ricchi e potenti. Insomma, sotto il cielo di piombo di New Orleans vive una catastrofe più profonda, e più mortale, di quella di un uragano. Eppure, il film ha un lieto fine. O meglio, sembra averlo, per chi creda alla redenzione di Terence. Gli altri, più prudenti e più attenti, ci vedono invece un’ultima beffa di Herzog.

di Roberto Escobar, da “Il Sole-24 Ore”

Bad Lieutenant riprende titolo e canovaccio del durissimo film di Ferrara del 1992, con Harvey Keitel. Con Ferrara Herzog dialoga in totale opposizione, davanti alla macchina da presa ma anche dietro. È probabile che le schermaglie tra i due siano la solita bufala («Vogliono rifare Il cattivo tenente? Devono bruciare tutti all’inferno» – «Ferrara? Non so chi sia»), e dopo la visione si capisce anche il perché.
Il “tenente” di Herzog, un Cage plastico ed esagitato come suo costume, pare a tratti un’imitazione satirica di Harvey Keitel: la pistola sghemba a guidarne il corpo, ma più grande. La postura viziata dal mal di schiena e l’aria sfatta per l’inettitudine contro la sofferenza intestina di Keitel. La tensione tra indagine redentoria e rovina personale virata spesso in commedia. La risonanza religiosa, che nel 1992 assomigliava a quella di Mean Streets shakerata e stappata, annullata per Herzog in una dominazione terrena, simile a una storia di Paperino, in cui tutto va storto per la goffa sfortuna ma poi le cose si sistemano da sole.
Il cardine di questo rovesciamento sono gli inserti assurdi che Herzog, spietato manipolatore finto ingenuo, ha girato in prima persona, scrutando il volto di un’iguana a suon di musica o abbandonando un dialogo tra due personaggi per seguire la semi-soggettiva di un alligatore sul ciglio della strada. Un preludio alla sconsiderata follia di cui il film si impregna sempre più, la follia di intraprendere un’operazione del genere riuscendo a renderla assolutamente godibile per lo spettatore e concettualmente preziosa come contraltare del film di Ferrara.

di Tommaso Tocci, da “Cinefile.biz”

Nel 1992 Abel Ferrara trasformava Harvey Keitel nel cattivo tenente di una New York corrotta e allo stesso tempo mistica. Werner Herzog ripropone il personaggio stravolgendo però tutta la cornice: il tenentaccio stavolta ha i lineamenti di Nicolas Cage, che per suo volere ha spostato l’azione dalla Grande Mela alla New Orleans post-Katrina. Parlare di remake è fuori luogo: a parte il titolo e la caratterizzazione del personaggio, si tratta di due film totalmente differenti, motivo per cui non ci soffermeremo su banali paragoni.

In una New Orleans inondata da Katrina, Terence McDonagh ha appena salvato un uomo, rimediando una promozione a tenente. Ma nonostante il distintivo, la sua condotta non è delle più apprezzabili: dipendenze dalla droga, la febbre delle scommesse sportive, eccessi di protezione nei confronti della sua donna, continui abusi di potere. Nonostante ciò il suo istinto lo rende un poliziotto fuori dal comune, capace di rischiare e di manipolare ogni situazione a proprio vantaggio: l’uomo giusto per scoprire l’autore del massacro di una famiglia africana, anche se le pistole dei suoi nemici sono puntate contro di lui.

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, l’ultimo film di Werner Herzog si contraddistingue nel contrasto tra ironia e cattiveria: Nicolas Cage è allucinato come non mai nei panni del tenente senza morale, per cui l’unica legge valida è quella che va a suo vantaggio. Le immagini di Herzog disgustano lasciando il sorriso sulle labbra, ad esempio quando il cattivo tenente minaccia una vecchietta togliendole l’ossigeno, allo scopo di estorcere informazioni dalla sua badante, accusando poi le donne per il loro egoismo nei confronti della società. Un film ricco di spunti stimolanti, incorniciato dalla bellezza di Eva Mendes e da un male di vivere in cerca di redenzioni a basso costo.

Alessio Trerotoli, da “livecity,it”

Un altro viaggio all’inferno
Dopo aver salvato un prigioniero che rischiava di annegare nella furia dell’uragano Katrina, il detective Terence McDonagh (Nicolas Cage) si trova costretto ad assumere forti dosi di antidolorifici che lo portano, col passare del tempo, ad avere una dipendenza dalle droghe. Quando poi gli viene assegnata un’indagine su una famiglia di immigrati africani massacrata, si innesca una vera e propria spirale infernale capace di coinvolgere lui, la sua ragazza Frankie (Eva Mendes), che di mestiere fa la prostituta, e alcuni delinquenti della zona tra cui uno spacciatore di nome Big Fate (Xzibit). Alla fine, nel contorto universo morale creato dalla pellicola, per ogni personaggio sarà previsto un destino beffardo e inaspettato.

Il peso della colpa
Un serpente striscia tra le acque putride dei resti di un quartiere di New Orleans, città in parte distrutta e messa in ginocchio dall’uragano Katrina nel 2005. Un’immagine del male che avanza e si propaga inesorabilmente al di là della volontà degli uomini: così Werner Herzog decide di aprire il suo remake de Il cattivo tenente di Abel Ferrara, film di certo tra i più controversi del geniale regista newyorkese. Pur cambiando ambientazione e spostandoci di fatto dalla Grande Mela torbida e malata di Ferrara ai cieli più azzurri e soleggiati di New Orleans, il risultato (almeno sul piano contenutistico) non è dissimile: entrambe le metropoli assumono infatti i connotati simbolici della città della perdizione ed entrambi i percorsi esistenziali dei due tenenti di polizia corrotti finiscono per convergere in un’ansia crescente di annichilimento fisico e morale. Il film realizzato dal regista tedesco non mantiene però lo stesso spessore drammatico del capolavoro di Abel Ferrara. Herzog decide di utilizzare un registro più ironico, che si risolve nella messa in scena di alcune sequenze oniriche e grottesche in grado di palesare allo spettatore lo stato di allucinazione mentale oltre che di abiezione fisica in cui il protagonista è sprofondato. Queste scelte stilistiche denotano la capacità di saper adottare un punto di vista del tutto personale sui fatti narrati e va dato atto a Herzog di essere riuscito a distaccarsi (seppure per pochi frangenti) dalle logiche narrative più tradizionali. Ma la sproporzione tra i due Bad Lieutenant rimane comunque enorme. A cominciare dal peso delle personalità dei due attori protagonisti: Nicolas Cage (attore di alto livello ma sinceramente non adatto a questo ruolo) sembra qui riproporre il canovaccio interpretato qualche anno fa in Via da Las Vegas di Mike Figgis, dove uno sceneggiatore hollywoodiano in crisi decide volontariamente di farsi risucchiare dall’alcool bevendo fino alla morte; Harvey Keitel (attore ferrariano per eccellenza, e ancor prima scorsesiano), invece, con il suo aspetto roccioso e il suo fare camaleontico era riuscito, seppur inserito da Ferrara all’interno di una situazione schizoide, a mantenere nel volto i segni di un’innocenza primigenia. Diciamo che il tenente McDonagh di questo Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans viene tratteggiato con una certa dose di superficialità, a la maniere de la Hollywood arruffona che alla fine riesce a richiudere tutto in un equilibrio più grande; non è invece il caso del film di Ferrara dove, in quest’amplificazione del luogo ferito, non c’è spazio né tempo per equilibri di cui si sono persi i confini. Herzog non riesce insomma a sporcarsi le mani fino in fondo e a entrare in empatia con i suoi personaggi. La sua macchina da presa rimane in un certo senso a distanza dagli avvenimenti proposti sullo schermo: seppur tenti di ritematizzare alcune delle sequenze più scomode e incisive del Bad Lieutenant ferrariano (come la scena in cui Cage riesce a corrompere la coppia di fidanzati all’uscita da un nightclub, che fa eco alla scena della masturbazione di Keitel davanti a due ragazzine), l’occhio del regista di Fitzcarraldo si dimostra freddo, sterile, poco partecipe. La camera di Ferrara, al contrario, era riuscita a seguire da vicino gli spasmi dei suoi attori, tutta protesa nell’istante in cui il volto di Keitel avesse potuto rivelarle qualcosa di misterioso e inaspettato. Ciò perchè Abel Ferrara è uno di quei pochi cineasti ancora capaci di creare un cinema di performance alla Cassavetes, alla Godard o alla Rossellini, in cui si è tesi nello sforzo di rendere il proprio mondo interiore tramite l’esasperazione e la distorsione e in cui si cerca soprattutto di creare continuamente l’evento davanti alla macchina da presa, scomponendo e ricomponendo il quadro sino a cogliere l’attimo della verità, l’emergere dell’autenticità sulla finzione. Chiudendo il cerchio, il peso della colpa accomuna senza ombra di dubbio le due pellicole: una colpa che non è il frutto di una scelta consapevole dell’uomo, ricordiamolo, e ciò è ravvisabile sin dalla prima sequenza del film di Herzog, in cui ci troviamo appunto in una città devastata da cause naturali e in cui Cage decide di salvare un prigioniero, rovinando paradossalmente la sua esistenza. In definitiva, Herzog pare dirci (ma chiaramente anche Ferrara) che pur operando il bene, la condizione naturale dell’uomo rimane ancorata fortemente nel male, nel peccato. La constatazione oraziana sulla radicalità del male, nel cui solco anche Kant aveva rinvenuto un’innata tendenza (propensio) alla corruzione, è il presupposto da cui muovono in fondo sia Ferrara che Herzog (seppure con approcci diversi), ponendo con i loro due lungometraggi un affondo ulteriore: posta l’inestirpabilità del male nel cuore dell’uomo, sussistono “concrete” possibilità di neutralizzarlo?

Carmelo  Caramagno, da “spaziofilm.it”

Cheri

L’ex prostituta Lea accetta di fare un favore alla sua amica Madame Peloux, cioè preparare alla vita e all’amore il figlio, l’immaturo Chéri: ma questo addestramento si tramuterà presto in amore e si complicherà quando il giovane dovrà sposarsi con una ragazzina protetta della madre…


Per uno che ha raggiunto forse la vetta della sua fama con un film come Le relazioni pericolose, girare un film d’ambiente storico, tratto da un romanzo d’amore di una certa fama e sceneggiato dallo stesso scrittore di quel film, significa in un certo senso tornare indietro, se non proprio cercare di rinverdire la fama. Ma Stephen Frears ha sempre avuto un rapporto privilegiato col passato e le sue atmosfere per cui non pare maniera, la sua, ma voglia di rinforzare il percorso di un cinema. Con risultati parecchio interessanti.

Christopher Hampton adatta l’omonimo romanzo di Colette (dopo aver cercato di scrivere una sceneggiatura su Colette) rendendolo una commedia sentimentale che gioca continuamente tra l’arguzia e l’amarezza senza dimenticarsi di una pregevole levità melodrammatica. Come al solito in questi casi, specie in romanzi del XIX secolo, il gioco al massacro, il continuo viavai di intrighi e sotterfugi, di parole e atti a volte inconsulti, nasconde una riflessione per nulla peregrina sulle apparenze e gli status symbol (come la collana) in una società dove l’immagine e il suo valore dominano i rapporti e persino le nascenti comunicazioni di massa. Al di là di questo sfondo sociologico, dove Frears riesce è nel tono malinconico, nel riuscire a mascherare da commedia spumeggiante un crepuscolare ritratto di donna, uno sguardo sulla vecchiaia e sulle difficoltà di rapporti dopo una certa età (il regista ironizza sui protagonisti, come fossero mamma e bambino) che culmina in un finale improvviso e straziante nella sua mancanza d’enfasi.

Hampton realizza uno script perfetto non tanto nell’intreccio – che orecchia fin troppa letteratura d’epoca – ma nell’uso di simboli e sfumature per descrivere i personaggi e dell’ironia per sottolineare le loro relazioni, mentre Frears, perfettamente a suo agio tra le scene (di Alan MacDonald), i costumi (di Consolata Boyle) e la fotografia (del grande Darius Khondji) in stile liberty, a tratti fatica a reggere i continui cambi di registro. Non però a gestire un cast piccolo – caso raro nella sua filmografia- ma molto oliato, scintillante, dalla bravissima Michelle Pfeiffer alla rodata Kathy Bates, fino al sorprendente Rupert Friend, dandy provetto, emaciato e vissuto nonostante l’ingenuità e l’irritazione giovanile. Film che potrebbe deludere qualche appassionato del regista o della scrittrice, ma che saprà deliziare i palati cinefili un po’ più attenti.

di Emanuele Rauco, da “Cinefile.biz”

“Chéri” di Stephen Frears

L’età di mezzo secondo Colette

“Dammi la tua collana di perle! Mi ascolti, Lea? Dammi la tua collana.” Nessuno rispose dall’immenso letto di ferro battuto e bronzo cesellato, lucente nell’ombra come un’armatura. “Perchè, non mi regaleresti la tua collana? Starebbe bene a me quanto a te, e anche di più, forse.” A chiedere è Chéri, all’inizio dell’omonima l’opera, la più conosciuta, di Sidonie Gabrielle Colette (1873-1954), scritta di getto nell’estate del 1919 e ora sugli schermi con la regia di Stephen Frears e l’interpretazione di Michelle Pfeiffer, Kathy Bates e Rupert Friend.

Parigi 1909. Ha diciannove anni Chéri, figlio trascurato di madame Peloux, ricca cocotte a fine carriera. E’ un piccolo dandy, insolente e segreto che al di là delle apparenze possiede una sensualità acerba; un “bambino cattivo” a cui occorre insegnare come diventare uomo. Léa de Lonval, cortigiana bella e raffinata, che si avvia alla retraite, ha quarant’anni, un corpo flessuoso e lo sguardo profondo, sembra uscita da un prezioso quadro di Klimt. Sarà lei il mentore di Chéri, un compito che si trasformerà in una relazione durata sei anni, fino al giorno in cui madame Peloux combinerà le nozze del figlio con Edmée, fanciulla ricca, figlia di Marie Laure, un’altra demi-mondaine. Per Léa e Chéri la fine della relazione segna il doloroso inizio di una nuova consapevolezza.

Colette descrive due età della vita: l’irriducibile adolescenza di Chéri e l’approssimarsi del crepuscolo di Léa; scrive dell’illusione della giovinezza trattenuta tra le braccia di un giovane amante e del labile confine tra l’amore sensuale e quello materno. Racconta una storia semplice e privata che si sviluppa sul crinale di un cambio epocale: lo scoppio della prima guerra mondiale. Amicizia, rivalità e invidia sono gli ingredienti del ristretto universo femminile delle cortigiane, coeso solo per combattere lo spettro della solitudine, perché sebbene ricche e potenti sono socialmente emarginate. Il tramonto delle signore di Colette diviene così metafora del tramonto della Belle Epoque.

La regia di Stephen Frears stringe visivamente sugli interni: sovraccarichi e oppressivi quelli di madame Peloux, che si circonda dei trofei di un’onorata carriera; luminosi ed eleganti gli spazi di Léa. La pesante opulenza del passato contrapposta alla solare eleganza di un futuro sconosciuto sono sfondo alla rappresentazione di un microcosmo fatto di oziosa quotidianità e di rimpianti, catturato dall’impressionistica e raffinata fotografia di Darius Khondji (Funny games, Un bacio romantico) al cui centro si colloca la notevole interpretazione di un terzetto di ottimi attori.

Chéri nasce dal ventre di questo claustrofobico mondo; capriccioso, ermetico e anch’esso un po’ cortigiana, si abbandona all’accudimento dell’amante, e come un figlio, aspro a tratti si ribella. Ma la sua ostinata superficialità cela una precisa consapevolezza che emerge con forza nell’intenso finale del film. Léa (solo per lui Nounoune) ha il dono di capirlo, di coglierne le vibrazioni oltre i silenzi e gli egoismi. In lei però alla condiscendenza si alterna la severità dell’amante-educatrice. Un gioco a due che nella pagina scritta viene raccontato ora con una cadenza classica, più descrittiva, ora con passaggi ellittici e serrati dialoghi. Stephen Frears ne raccoglie l’eredità e con la collaborazione di Cristopher Hampton (già per Le relazioni pericolose) traduce le pagine di Colette in racconto cinematografico, restando fedele al dialogo, pungente d’ironia e d’amarezza, ma imprimendo alla storia un movimento lineare accompagnato da un narratore esterno che mantiene un registro volutamente leggero per una vicenda che leggera non è.

Chèri, da Colette e di Stephen Frears, è un film da camera elegante e raffinato; è certamente un buon film d’apertura per la nuova stagione cinematografica.

di Fabrizia Centola, da “Nonsolocinema”

Ad oltre vent’anni da Le relazioni pericolose, tratto dall’omonimo romanzo di Pierre Choderlos de Laclos, il regista britannico Stephen Frears torna a cimentarsi con una fonte letteraria d’Oltralpe, sintetizzando in un sol colpo due romanzi della scrittrice francese Colette, Chéri e La fine di Chéri, ed affidando il ruolo della protagonista alla splendida Michelle Pfeiffer, che aveva già diretto proprio nel 1988 nel film sopra citato. La storia, ambientata a Parigi all’inizio del secolo scorso, è incentrata su un irresistibile amore intergenerazionale: siamo in un periodo culturalmente effervescente come la Belle èpoque e nella rutilante vita della capitale francese figurano le cosiddette cortigiane, prostitute d’alto bordo che sono solite intrattenere i rampolli della nobiltà o divenire amanti di principi e duchi. Una delle migliori professioniste del settore è la splendida Léa De Lonval, matura ma ancora affascinante e bellissima. Proprio quando Léa ha da poco chiuso una lunga relazione con l’ultimo di una sterminata serie di amanti, una sua vecchia collega, Madame Péloux, le chiede il favore di parlare con il viziato figlioletto, detto Chéri, per strapparlo alle sue inconcludenti abitudini e prepararlo alla vita adulta: l’idea di Léa sarebbe di svezzare il ragazzo e divertirsi per qualche settimana, invece tra i due nasce una profonda e duratura passione nonostante la ragguardevole distanza anagrafica che li separa. Sei anni dopo la loro relazione giunge però all’inevitabile conclusione quando il ragazzo giocoforza si ritrova a sposare una ragazza molto facoltosa e più giovane di Léa, inevitabilmente indirizzata sul viale del tramonto. L’inizio della vita matrimoniale rappresenterà per il giovane anche la scoperta della reale natura della sua relazione con Léa: tagliare i ponti con lei si rivelerà un’impresa più ardua del previsto (lo stesso avverrà d’altra parte alla matura protagonista). Stephen Frears regala all’affezionato pubblico la solita impeccabile e raffinata ricostruzione d’epoca con una storia d’amore dolceamara, in costante alternanza tra leggerezza e nostalgia: in Chéri si avverte il peso del tempo che scorre inesorabile davanti ad una passione senza d’uscita cui resistere risulta comunque impossibile. Da segnalare la prova complessiva del cast, in cui accanto alla bravissima protagonista si distinguono una perfida Kathy Bates ed un ombroso Rupert Friend. Da vedere.

Chéri, regia di Stephen Frears, con Michelle Pfeiffer, Kathy Bates, Rupert Friend, Felicity Jones, Frances Tomelty, Anita Pallenberg, Harriet Walter, Iben Hjejle, Toby Kebbell, Rollo Weeks; sentimentale; Gran Bret./Germ.; 2009; C.; dur. 1h e 40’

Voto 7½

di Paolo Boschi, da “Scanner.it”

Dopo circa venti anni dal fortunato e bello Le relazioni pericolose, si riuniscono Stephen Frears, Christopher Hampton e Michelle Pfeiffer, rispettivamente regista, sceneggiatore e naturalmente protagonista, grazie a Chéri, nuova pellicola del regista inglese basata sul romanzo omonimo del 1920 di Sidonie Gabrielle Colette.
In una Parigi agli albori del Novecento (in piena “belle époque”), un giovane rampollo dell’alta borghesia, Fred Peloux detto Chéri, intreccia una liaison con una dama affascinante, non più giovanissima ma ancora splendida (e con le fattezze di Michelle Pfeiffer non potrebbe essere altrimenti), cortigiana d’alta classe, Léa, amica da tempo della madre. Questo rapporto estremamente passionale, che si consuma tra giornate passate nell’ozio all’ombra di incantevoli giardini, si interrompe quando Chéri, sotto “costrizione” materna (una grande Kate Bates), è chiamato a prendere in moglie una giovane aristocratica fanciulla. Lèa si scoprirà al pari di Chéri molto più coinvolta in una relazione quasi impossibile per la differenza d’età.
Frears porta sugli schermi berlinesi una storia che intreccia, cosa che gli riesce sempre benissimo, sentimenti e passioni, umorismo e tragedia. La Parigi di inizio secolo sembra essere un terreno assai caro al regista britannico grazie agli innumerevoli spunti di cui dispone, primo tra tutti un’eleganza dei modi e delle pose che l’autore mostra di interiorizzare e apprezzare, disponendo una regia parimente raffinata.
Il film è confezionato assai bene, la scrittura di Hampton si trova perfettamente a suo agio nel descrivere passioni segrete e un mondo che si avvia (o si è già avviato) alla decadenza, la costruzione dei personaggi è affidata ad interpreti in grado di offrire il proprio meglio quando si gira in costume. Ecco quindi che Chéri presta fede alle attese, rivelandosi un prodotto formalmente gradevole, appetibile per un pubblico cui piace assaporare quelle atmosfere intrise della magia che solo il capoluogo transalpino in quegli anni (trascurando Vienna) era in grado di offrire.
Inutile aspettarsi qualche stilettata di matrice politica, assai presente invece nel precedente The Queen, perché Frears si concentra solamente sul racconto dell’amore impossibile di Léa e del giovane Chéri. La sua bravura traspare dalle immagini, da come l’obiettivo della sua mdp riesca a non perdersi e a valorizzare ogni movimento, ogni gestualità dei suoi personaggi, vero specchio degli usi e dei costumi del tempo in cui la storia è ambientata. Primi piani intensi, grazie a una fotografia estremamente calda, della splendida protagonista scandiscono tutto un film che nasce e muore sul volto, ben conosciuto da Frears, della Pfeiffer. La voce offf che apre e chiude la pellicola, ma che non lesina la sua presenza anche nella parte centrale, ha il compito di sottolineare l’ironia tagliente e la forte satira di costume di cui sono più che intrise le pagine del romanzo. Buona prova da parte del regista che adesso però aspettiamo nuovamente alle prese con un film ambientato ai giorni nostri dopo il complesso e bello Dirty pretty things del 2002.

di Salvatore Salviano Miceli, da “Close-Up”

Cosmonauta

“COSMONAUTA” DI SUSANNA NICCHIARELLI

Spaceship calling, c’erano una volta i cosmonauti

La sezione Controcampo Italiano della 66 Mostra Internazionale del Cinema a Venezia sfoggia un racconto nostalgico, una favola animata dalla voglia di raccontare un sentimento sopito. “Cosmonauta” è il primo lungometraggio della regista Susanna Nicchiarelli, realizzato con un vispo sguardo a quegli anni.

Questa storia è ambientata tra la fine degli anni 50 e metà degli anni 60; siamo in piena Guerra Fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica duellano tra corse al nucleare e nella conquista dello spazio.

In un quartiere di Roma, due fratelli, Arturo e Luciana, due piccoli ribelli del cerimoniale dell’epoca, non aspettano l’adolescenza per entrare a far parte del circolo della FIGC locale, nella sezione che frequentava il loro padre, morto ormai da tanto tempo e che tutti ricordano come un “vero comunista”. Per Rosalba (Claudia Pandolfi), madre dei due ragazzi, iniziano una serie di apprensioni fortemente materne, soprattutto per i problemi di salute di Arturo; il ragazzo è un grande sognatore, appassionato dell’Unione Sovietica e delle sue missioni spaziali, di cui rende sempre partecipe la sorella.

Laika, Gagarin, Valentina Tereshkova – la prima donna cosmonauta – sono i punti di riferimento che muovono, spingono, guidano la passione di Luciana e Arturo. Ma i loro sogni sconfinati e straripanti, troppo, devono fare i conti con la malattia di Arturo e con la disciplina richiesta dalla sezione, ma anche con un patrigno (Sergio Rubini), che si fa propulsore di una schematica educazione, conforme al bon ton della sua classe sociale.

Cosmonauta (nome da non confondere con astronauta “quelli sono gli americani”) parla di un’epoca che non c’è più, di un’epoca ancora prima dell’uomo sulla luna, di un’epoca dove due punti di vista del mondo dividevano le nazioni, di un’epoca dove l’attenzione era rivolta all’orbita terrestre e nello spazio circostante il nostro pianeta, di un’epoca scomparsa di cui pochi si ricordano. Una dei questi pochi è la giovane Susanna Nicchiarelli, che ha voluto evocare i suoi ricordi, il clima lunare che si respirava in quegli anni.

E per realizzare questo suo obiettivo, ha scelto una forma narrativa fiabesca, essenziale per rispecchiare il clima illusorio, per far rivivere quell’ideologia sociale adolescenziale, a cui ora lo spettatore guarda con tenerezza. La soffice specularità degli sguardi di Luciana, di Arturo, dei giovani della sezione, con quelli dei cosmonauti (che appaiono preziosamente in significative immagini di repertorio) edifica una storia universale, di ideologie e amarezze.

Per dare corpo alla vita impulsiva, forte, ribelle di Luciana, la regista ha impiegato un background stilistico fine e affettuoso, una colonna sonora, che si fa narratrice della storia, di alcuni successi di quegli anni (a cura di Max Casacci dei Subsonica), una fotografia e un montaggio che combinano insieme passato e presente, componendo un film ironico.

Cosmonauta ha la struttura di una parabola ascendente; racconta la regista: “Per chi come me è cresciuto nell’epoca della fine delle ideologie è importante, infatti, poter capire come, anche ai tempi di Luciana, quando le ideologie c’erano ed erano ben consolidate, i giovani e i meno giovani non avessero affatto più certezze di oggi. Le delusioni di Luciana, di una ragazza che cresce e deve imparare ad accettare non soltanto la propria fragilità, ma soprattutto le debolezze e le mancanze di chi la circonda, dimostrano fino a che punto, in un modo o nell’altro, bisogna imparare a fare i conti con la sconfitta per poter davvero cominciare a crescere.”

di Ilaria Falcone, da “Non solo cinema”

primo piano
Un’opera prima che racconta l’adolescenza alternando sapientemente dramma e commedia

Luciana ha nove anni, e scappa dalla cerimonia della comunione. Barricata nel bagnetto di casa urla alla mamma: “Io lì non ci torno perché sono comunista!”
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1957. Roma. Luciana ha nove anni e abbandona la chiesa durante la cerimonia della prima comunione. Motivazione: è comunista. Perché il padre lo era e perché il fratello, che soffre di epilessia, è un appassionato cultore delle imprese spaziali sovietiche. La cagnetta Laika è stata inviata in orbita sopra la Terra e Gagarin, primo cosmonauta della storia, la seguirà battendo sul tempo gli odiati americani. Intanto Luciana è cresciuta (siamo nel 1963) e deve vedersela con un patrigno detestato, con un fratello il cui handicap si fa sempre più ingombrante, e con i ‘compagni’. Nel Partito vigono regole che la ragazza sente strette così come quelle di casa. Cercherà, a modo suo, di trovare una sua orbita in quello spazio profondo che è l’adolescenza.
Susanna Nicchiarelli, alla sua opera prima, si assume il compito, più che mai rischioso in tempi ‘mocciani’, di parlare di adolescenza al cinema per di più partendo da un passato che sembra ormai sepolto anche nell’immaginario collettivo. Nel mondo c’era la Guerra Fredda e la corsa allo spazio ne rappresentava in qualche misura le tensioni trasponendole su un piano da leggenda contemporanea.
In un’epoca come la nostra in cui le ideologie si sono dissolte la regista ci racconta di una ragazzina che ad una di quelle ideologie si aggrappa per cercare di trovare un senso al proprio esistere. Lo fa in modo confuso (come i suoi coetanei del presente che non hanno più neppure quell’appiglio) provando a individuare una traiettoria tra riunioni in sezione, vendette contro i socialisti ‘traditori’ e, come tutti, nel tentativo di guardare dentro se stessa per capire i piccoli slittamenti del cuore. Susanna Nicchiarelli ama il personaggio che mette in scena. La segue nelle sue improvvise, e talvolta crudeli, ribellioni senza mai giudicarla alternando dramma e commedia dai toni lievi.
Dalla base del suo fare cinema (che vuole essere anche memoria di un passato non così remoto) segue il volo di questa Valentina Tereskova lanciata nella vita. Ricordandoci che, anche se viviamo in un mondo in cui i miti si sono dissolti per farsi sostituire da ectoplasmi evanescenti, i ragazzi hanno più che mai bisogno di modelli e di regole. Con cui magari scontrarsi. Per poter crescere.
di Giancarlo Zappoli, da “Mymovies”

Il Comunismo secondo le donne

Tra tanto cinema italiano bistrattato dalla stampa, Susanna Nicchiarelli si fa largo in un punta di piedi con un esordio che scalda il cuore e dimostra che i nostri autori sono ancora capaci di raccontare storie che parlino di noi.
Il Comunismo secondo le donne
“Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano” cantava Giorgio Gaber. Talmente lontano da arrivare fin sulla Luna, alla conquista dello spazio, dapprima con un cane (rigorosamente femmina), poi con un cosmonauta (da non confondere con gli astronauti, quelli sono americani), infine con una donna, la volitiva Valentina Tereshkova. Tra tanto cinema italiano bistrattato dalla stampa – talvolta a ragione – Susanna Nicchiarelli si fa largo in un punta di piedi con un esordio che scalda il cuore e dimostra che i nostri autori sono ancora capaci di raccontare storie che parlino di noi. Nessuno si lasci trarre in inganno dal fatto che Cosmonauta è ambientato per gran parte del tempo in una sede del Partito Comunista. La politica non è il focus della storia, ma fa da sfondo a un romanzo di formazione tutto al femminile dedicato a un’adolescente lontana dagli stereotipi giovanilistici che tanto cinema e televisione ci propongono, un personaggio vero, carico di difetti, che nulla concede per compiacere quelli che lo circondano. Luciana veste male, è sovrappeso, è sfacciatamente sincera, sfrutta gli altri secondo necessità e all’occorrenza, incapace di controllare la rabbia, li ferisce. Luciana è indipendente e ribelle, è intelligente e non lo nasconde, anche se il tatto non è proprio il suo forte, ma sa anche amare con tutta se stessa. Luciana non conosce mezze misure e lotta per emergere in un ambiente, quello del Partito Comunista, in cui le ragazze non sono prese granché sul serio. In fin dei conti siamo nel 1963 e il ruolo della donna è ancora quello di moglie e madre, non di militante politica.

Una scena di CosmonautaCon il suo film, Susanna Nicchiarelli riesce a rappresentare efficacemente uno spaccato dell’Italia degli anni ‘60, divisa tra il boom economico e la Guerra Fredda, con un piede nel passato e un altro nel futuro. Servendosi dell’ottima sceneggiatura scritta a quattro mani insieme a Teresa Ciabatti, la regista costruisce una storia in cui forma e contenuto si amalgamano alla perfezione. La sede del partito, molto più della scuola e della famiglia, è il luogo in cui nascono amori e amicizie, in cui si consumano tradimenti (non solo sentimentali) e si costruiscono rapporti di fiducia, ma soprattutto è il luogo in cui si cresce e si esperisce la realtà. Gli eventi vengono rigorosamente filtrati dal punto di vista di Luciana, che è anche fulcro e motore della maggior parte di tali eventi. Questo sguardo femminile sul mondo e sulla società, che è poi lo sguardo della stessa regista, si dimostra capace di penetrare a fondo l’animo umano tratteggiando figure femminili forti e indipendenti (oltre a Luciana a spiccare sono la madre, interpretata da Claudia Pandolfi, e la compagna di partito Marisa, incarnata con passione dalla stessa Nicchiarelli), dotate di una consapevolezza di sé talmente matura da risultare lievemente anacronistica per l’epoca. Se proprio vogliamo trovare un difetto al film, va cercato in questa modernità di fondo che trapela da donne che – non dimentichiamocelo – non Miriana Raschillà interpreta Luciana nel film Cosmonautaavevano ancora attraversato l’esperienza del femminismo post-sessantottino. In una commedia così compatta e gradevole l’unica concessione al vezzo stilistico è contenuta nella scelta di fare largo uso di splendide immagini di repertorio che mostrano le imprese spaziale sovietiche, immagini che, sapientemente fuse alle scene chiave del film, vanno a costituire dei piccoli, ma emozionanti climax che animano la narrazione supportata da una colonna sonora perfetta, curata da Max Casacci dei Subsonica, che si è occupato di reinterpretare alcune celebri hit degli anni ‘60 in chiave moderna, e dai Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, autori delle musiche strumentali.

di Valentina D’Amico, da “Movieplayer”

Chiunque abbia mai avuto un sogno si sarà trovato, prima o poi, a fissare le stelle, incantato. Così lontane, così affascinanti, meravigliose e irraggiungibili, chimere. Non importa, in fondo, se si desideri la luna, una vita normale, l’indipendenza o la libertà. Per Luciana ed Andrea, protagonisti del delicato Il Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli, questi son tutti piccoli astri, fissi nel firmamento terribile, ma al tempo stesso meraviglioso, simbolo di ciò che si potrebbe raggiungere ma forse non si avrà mai.

Nel piccolo di ogni singola vita così come al centro delle grandi decisioni storiche i sogni alimentano le fantasie e le immaginazioni di uomini e popoli. Affascinano ed illudono, abbagliano ingannando i nostri sensi. Nessun razzo di stagnola arriverà mai sulla luna eppure il sogno, tremendo e, per certi versi, affascinante dell’Unione Sovietica, delle sue missioni spaziali, della cagnetta Laika, del cosmonauta Jurij Alekseevič Gagarin aveva reso possibile, quasi tangibile, per milioni di persone, un’utopia. L’illusione fanciullesca di poter toccare le stelle sembrava, improvvisamente, a portata di mano. Il sogno di una società diversa, migliore, appariva, per chi ne sentiva solo gli echi dalle sezioni di partito, una conquista possibile. Ma la realtà, quella triste e dura, è ben altra cosa, i sogni svaniscono all’alba, come le stelle al sorgere del sole.

Cosmonauta è il racconto di questi sogni. Quelli che, proprio perché conquistati passo passo, danno l’idea di esser ancora più veri. La lotta di Andrea contro la sua malattia e quella di Luciana contro una società gretta ed ignorante sono messi in scena in un piccolo racconto di formazione. Un’adolescenza vissuta in bilico fra illusione e realtà, fra conquiste e fallimenti, fra piccole vittorie ed enormi sconfitte. Come per le prime missioni sovietiche, come per Laika, infatti, in nome di un sogno più grande, si possono accettare anche gravi perdite. I piccoli passi dell’uomo verso la luna necessitano e meritano dei sacrifici così come i piccoli passi di Andrea e Luciana esigono delusioni e sofferenze. Così combattere un padre, per altro non poi tanto “padrone”, diviene barricata quotidiana su cui lottare, la propria sezione una trincea in cui provare a difendere (o meglio, ad ottenere) quei diritti che solo anni dopo verranno riconosciuti.

Un parallelo continuo quello fra le imprese dei cosmonauti russi e le rovendicazoioni della giovane Luciana che, purtroppo, si conclude con lo stesso triste risultato : il fallimento. Dopo tanti piccoli passi per l’uomo, il 20 luglio 1969, il grande passo per l’umanità fu compiuto da Neil Armstrong, un americano. Il sogno dei cosmonauti si spense così come, alcuni decenni dopo, si sgretolerà l’intero sistema sovietico, svelando la sua maschera più terribile ed disumana. Ciò che resta di quelle avventure spaziali, di quell’affascinante e matrigna ideologia è un senso di impotente tristezza, di malinconica rassegnazione. Come star fermi, su di un ballatoio, a fissare le stelle, sapendole meravigliose ed irraggiungibili, consci di aver vissuto solo un sogno, un’utopia.

di Giampiero Francesca, da “Close-Up”

Fa la cosa sbagliata

Fa’ la cosa sbagliata – The Wackness (The Wackness, Usa, 2008) di Jonathan Levine; con Ben Kingsley, Josh Peck, Famke Janssen, Olivia Thirlby, Mary-Kate Olsen, Jane Adams, Method Man, Aaron Yoo.

Che Dio benedica il cinema indipendente americano. Premiato al Sundance Film Festival come Miglior Film Drammatico, per volere del pubblico, arriva finalmente anche in Italia The Wackness, diventato per noi Fa’ la Cosa Sbagliata. Scritto e diretto da Jonathan Levine, regista di All the Boys Love Mandy Lane, The Wackness conferma le potenzialità del cinema d’autore statunitense a basso costo, divertendo e stupendo, tanto da confermare un più che roseo futuro per il suo interessantissimo regista.

Luke e il dottor Squires sono davvero una strana coppia. Il primo è un ragazzino appena diplomatosi, che spaccia per raggranellare qualche soldo. Il secondo un rinomato psicologo di quasi 60 anni, che si fa pagare da Luke le sedute di psicanalisi con la marijuana. Tra i due si instaura un rapporto d’amicizia talmente particolare da risultare folle, con alla base il sesso e la droga. Peccato che ad infilarcisi arrivi la figliastra del dottor Squires, Stephane, che fa letteralmente perdere la testa a Luke…

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Un gioiellino. Così possiamo etichettare questo Fai la cosa Sbagliata, scritto e diretto in maniera interessantisisma ed interpretato in modo divino dai suoi protagonisti. Se vedere l’ex Ghandi Ben Kingsley nei panni di un capellone, fricchettone, psicologo, malato di sesso e drogato sessantenne immaturo diverte e al tempo stesso sorprende, non si può non rimanere piacevolmente stupiti anche dal giovane Josh Peck, bravissimo quanto il più anziano e celebre collega.

Alla base della pellicola uno script pungente, che ci riporta nella New York del 1994. Sono gli anni in cui il mondo della musica piange Kurt Cobain e celebra Notorius B.I.G. e Tupac, gli anni in cui non esistono i cellulari ma i cercapersone, gli anni in cui si gioca al Nintendo e al Game Boy, gli anni in cui le musicassette dominano ancora le nostre colonne sonore quotidiane, alla facciaccia dei moderni mp3 e degli antenati cd.

Un’epoca, quella scelta da Jonathan Levine, mai del tutto dimenticata, con il sindaco-sceriffo Rudy Giuliani messo alla berlina, nel suo voler nascondere sotto il tappeto tutte le zozzerie della Grande Mela, nascondendole agli occhi dei media. Così come New York anche i due protagonisti del film sono chiamati a risolvere i propri apparentemente insormontabili problemi. Jake Shapiro è il classico studente impopolare, senza amici e con due genitori che non fanno altro che litigare, tanto da accettare di farsi ‘mantenere’ dal figlio neo diplomato e spacciatore.

Il dottor Squires, invece, è un rinomato psichiatra di una certa età, mai del tutto cresciuto e maturato. Vive un matrimonio alla deriva, culla con amore le avventure sessuali di un tempo, continuando a sentire brani musicali di una giovinezza che non c’è più, riempendo le proprie giornate di antidepressivi e droghe varie, ‘barattandole’, in cambio di sedute gratuite, proprio con Jake.

I due diventano così ‘amici’, tanto da confidarsi i più impensabili segreti, soprattutto sessuali. Ad unirli ancora di più a doppio filo la figliastra del dottore, Stephanie. Bella, bellissima, Stephanie è la reginetta della scuola. Peccato che con l’arrivo dell’estate la città si svuoti, portandola a conoscere da più vicino lo ’sfigato’ Luke, che finirà ovviamente per innamorarsi di lei, facendo ingelosire papà Squires…

Attraverso uno script ricco di dialoghi ficcanti, una bellissima fotografia, sgranata e dai toni chiarissimi, una perfetta colonna sonora e una regia originale, piena di idee, di trovate, di ariosi dolly, di mai banali primi piani e di buonissimi piani sequenza, The Wackness vola via che è un piacere, finendo per diventare un vero e proprio inno alla vita, da prendere di petto sempre e comunque, facendo anche quelle scelte che a volte troppo frettolosamente etichettiamo come ’sbagliate’. A ribaltarsi e a scambiarsi di posto sono due mondi, quelli dei ragazzi e quelli degli adulti, con i primi maturi e i secondi incapaci di crescere una volta per tutte, in una New York dove sono il sesso e la droga a dominare la scena.

L’impressione è che risentiremo parlare di questo Jonathan Levine, padre padrone di questa piccola delizia made in Usa. Consigliatissimo.

da Cineblog.it

Dopo la scarsa programmazione estiva e il caldo d’agosto, ritrovarsi al ritorno dalle vacanze con un film premiato dal pubblico del Sundance per il miglior film drammatico è come scorgere un’oasi nel deserto: il secondo lungometraggio di Jonathan Levine riapre la stagione cinematografica con la storia di una stravagante amicizia (da qui il titolo originale “The Wackness”) ambientata nella New York del 1994, l’anno più importante nella storia dell’hip hop, dove il sindaco Giuliani sta cercando di risolvere il problema del crimine con metodi un po’ controversi.

Luke è un giovane spacciatore pieno di problemi: i genitori hanno ricevuto lo sfratto, non ha amici e soprattutto non ha una donna. Uno dei suoi clienti è il dottor Squires, uno psichiatra fumato che diventerà il mentore di Luke. I due cominciano a farsi compagnia, a sostenersi l’un l’altro, e a cercare di risolvere il loro problema comune: il sesso. Il dottore, soffocato da un matrimonio a pezzi, vuole riprendersi la sua libertà e le sue avventure, Luke invece si innamora della figliastra di Squires, con tutto ciò che ne consegue.

Il film giusto per assaporare del buon cinema dopo le assolate e noiose giornate di agosto, con un Ben Kingsley mai così divertente, un maestro di vita a metà strada tra Obi Wan Kenobi e Jeff Lebowski (memorabili alcuni suoi consigli: «non fidarti mai di chi non fuma canne e non ascolta Bob Dylan», oppure «non ti servono medicine, hai solo bisogno di scopare»). La pellicola è accompagnata da una colonna sonora hip hop che riesce a contestualizzare bene il periodo, anche se a rubare le nostre orecchie è la canzone con cui si conclude il film: “All The Young Dudes” di David Bowie. Levine ci regala un bel ritorno dalle vacanze, non andare al cinema significherebbe davvero fare la cosa sbagliata: almeno in questo caso, non date ascolto al titolo del film, e provate a fare la cosa giusta, non resterete delusi.

Alessio Trerotoli, da livecity.it

Siamo a New York, è il 1994: il neoeletto sindaco Giuliani ha avviato una politica fortemente repressiva nei confronti della criminalità definita “Tolleranza Zero”; l’hip hop di Wu-Tang Clan, Notorious B.I.G., Tupac Shakur è una filosofia di vita – oltre che un genere musicale – che accompagna e scandisce la vita della città; e Kurt Cobain, leader dei Nirvana, muore prematuramente all’apice del suo successo, entrando di diritto nella leggenda. Questo è il tessuto su cui il regista e sceneggiatore Jonathan Levine ricama il suo secondo lungometraggio, “Fa’ la cosa sbagliata” (“The Wackness” il titolo originale), un piccolo gioiello che ha vinto il premio del pubblico per il Miglior Film Drammatico all’ultimo “Sundance Film Festival”. Ancora una volta, il cinema indipendente riesce a
sorprendere, dimostrando come anche con mezzi più modesti sia possibile realizzare qualcosa di nuovo. La strana coppia protagonista del film sono Luke Shapiro (Josh Peck), giovane spacciatore neodiplomato, impopolare e alle prese con la paura di un futuro ancora ignoto, e il Dott. Squires (Ben Kingsley), suo psichiatra che baratta le sedute in cambio di erba, afflitto da un’inestinguibile sindrome di Peter Pan. Ci
sono il sesso – desiderato, auto praticato, ingenuo, frettoloso, innamorato – la droga, alcool a fiumi, l’hip hop, i game boy e i cercapersone, carrettini del gelato per nascondere la marijuana, oltre che un fotografia sgranata e ottime interpretazioni a rendere questo film una vera esplosione di vita. È il passaggio all’età adulta il leit-motiv della pellicola: quello di una gioventù alle prese con droghe di ogni tipo, che si chiede quale sia il suo futuro, ma non riesce a trovare risposte; e quello di chi ormai non è più giovane da un bel po’, di chi si è ritrovato immerso nel proprio domani senza nemmeno rendersene conto, forse anche a causa di qualche pillola di troppo. Non ci sono falsi moralismi, l’uno insegna all’altro, e ciascuno a suo modo, a conoscere il dolore e la sofferenza, a come affrontarli per poterli gestire: perché nessuno ne è immune, ma tutti possono trovare la propria strada. Perché, come dice il dott, Squires a Luke, “A volte è giusto fare la cosa sbagliata”.

di Giulia Mazza , da Cinema4stelle.it

Videocracy

Videocracy: ridere per non piangere

Il 4 settembre arriverà nelle sale cinematografiche il documentario svedese Videocracy che racconta l’Italia di oggi e le sue contraddizioni. Il regista Erik Gandini, bergamasco d’origine, vive in Svezia dal 1986 dove ha firmato numerosi documentari, in molti lo hanno definito il Michael Moore del vecchio continente ma lui pare che si ispiri a Michelangelo Antonioni. Raggelante, schietto, sarcastico, puntuale: Videocracy ci farà sorridere amaramente di noi stessi e del Bel Paese e trascinerà con sé più di qualche polemica.

Da Lele Mora a Fabrizio Corona, dalle Veline al trash tanto in voga sui nostri canali televisivi a cui le casalinghe senza veli hanno dato inizio negli anni ’80. Nasce tutto con una domanda che all’estero è ormai ricorrente “Perché Berlusconi piace tanto agli italiani?”Così l’idea di Gandini di trovare una risposta attraverso le immagini e le interviste a personaggi famosi o presunti tali, che con sincerità hanno svelato i retroscena di un paese i cui abitanti sognano di ottenere la celebrità e la ricchezza senza troppa fatica. Lo sguardo del regista è quello di chi è appartenuto a un luogo ma ogni volta che vi ritorna si sente Alice nel paese delle meraviglie. Inizialmente Videocracy era destinato al mercato estero, Svezia, Inghilterra e Danimarca e solo successivamente ha ricevuto l’interesse di Venezia che per il suo festival del cinema lo proporrà come evento congiunto delle sezioni La settimana della critica e Le giornate degli autori.

Tra immagini a un tempo divertenti, poi tristi e allarmanti Videocracy apparirà come uno specchio di ciò che siamo e che vorremmo essere a scapito di lasciarci la dignità alle spalle appena varcata la soglia della Casa o in seguito allo sbarco su di un’Isola abitata o no da talpe, naufraghi o contadini.

Gandini, in una recente intervista per Venerdì di Repubblica parla di un’Italia divisa, non solo dalla politica, ma dalla Tv, dove la contrapposizione è tra chi ne è parte integrante e chi ne è fuori. Egocentrismo, visibilità, celebrità sembrano essere il desiderio di molti ma come spesso accade in pochi arrivano alla meta e ancora più spesso non sono i meritevoli.

di Laura Maria de Marco da www.comuniclab.it