Terra madre

Mangiare è un atto agricolo, produrre è un atto gastronomico
Nel luglio del 2006 Carlo Petrini invia a Ermanno Olmi il primo appunto di un progetto che deve essere innanzitutto “politico e preveggente”. Da qui prende avvio l’idea per un film documentario dedicato a Terra Madre, il Forum Mondiale della comunità del cibo, la cui seconda edizione si sarebbe tenuta nell’ottobre di quello stesso anno.
Sette troupes leggere, coordinate da Olmi e composte per lo più dai giovani di IpotesICinema, la scuola fondata dallo stesso Olmi nel 2001, riprendono in formato digitale i vari momenti del forum: incontri, tavole rotonde, degustazioni. Il viaggio del regista prosegue, poi, verso i luoghi di origine di alcuni dei protagonisti di Terra Madre e approda alle isole Svalbard (Nord della Norvegia) per filmare l’inaugurazione della banca mondiale dei semi voluta dal presidente dell’Unione Europea Josè Manuel Barroso. Ma l’avventura non finisce qui… prosegue nel nord dell’India per riprendere la fattoria di Vandana Shiva (indiscussa autorità nel campo dell’attivismo e dell’ambientalismo indiano), dove sono custoditi i semi del riso tramandati di generazione in generazione, e termina nel Veneto, a San Cipriano, per raccontare la vicenda esistenziale di un uomo che ha esemplarmente e coraggiosamente rifiutato di scendere a patti con le leggi spietate della produzione moderna…

Terra madre: per una necessità di ritrovare il legame con le proprie tradizioni gastronomiche locali
Torino, ottobre 2006, si apre la seconda edizione di Terra Madre, un progetto concepito da Slow Food il movimento di fama ormai internazionale fondato nel 1986 da Carlo Petrini, considerato dal Times, a buone ragioni, uno degli eroi dei nostri tempi.
Terra Madre nasce, nelle intenzioni dei suoi padri fondatori, per dare voce e visibilità ai contadini, allevatori e pescatori di tutto il mondo che vogliono rivendicare il diritto sacrosanto a una produttività sostenibile capace di sovvertire sia pure a piccoli passi quella crescente e perversa logica del profitto costitutiva della moderna economia capitalista. Ermanno Olmi, che firma la regia del documentario, riprende il fermento commovente che anima la comunità mondiale del cibo nei giorni dal 26 al 30 ottobre 2006: 2000 tra allevatori, agricoltori e pescatori appartenenti a 1500 comunità del cibo, 1000 cuochi, 150 nazioni, 500 docenti e rappresentanti di 225 università, 2300 osservatori e accompagnatori, 800 volontari. Nella moltitudine spiccano dei nomi autorevoli: Vandana Shiva (Presidente della Commissione internazionale sul futuro dell’alimentazione e dell’agricoltura), le cui parole risuonano come monito per un agire più consapevole: “La nostra identità primaria, la nostra ricchezza, la nostra salute derivano dalla produzione e dall’assunzione di cibo buono. Noi diciamo: ‘Se dai del cibo cattivo, commetti peccato’. Il cibo è il luogo in cui agisce il fascismo. Le sementi sono state brevettate diventando monopolio di un gruppo di corporazioni. (…) Per compiere un passo verso la libertà dell’alimentazione, chiunque usa il cibo, chiunque lo produce devono unirsi. Così è nata l’idea di Terra Madre.”
Altro momento importante è l’intervento di uno studente di 15 anni della Monument Mountain Regional High School nel Massachussetts, Sam Levin, promotore di un orto biologico gestito dagli studenti, e che molte altre scuole americane stanno chiedendo di imitare.
Il film di Olmi permette di riflettere, conformemente alle intenzioni e allo spirito più profondo di Slow Food e Terra Madre, sulle dinamiche perverse dell’attuale sistema produttivo industriale. Ovvero di come esso sia la causa prima del progressivo esaurimento delle risorse sulla Terra, dell’ammalarsi dei suoli per l’uso massiccio e indiscriminato di pesticidi e fertilizzanti chimici, della perdita irreversibile di biodiversità. Solo un dato allarmante può essere esemplificativo a tal proposito: nei soli Stati Uniti, delle oltre 5000 varietà esistenti di patate, soltanto quattro costituiscono la stragrande maggioranza di quelle coltivate a fini commerciali. Di fronte a tali problemi – cui uomini come Edward Goldsmith, fondatore ed editore di The Ecologist (Regno Unito), rispondono con una retorica, forse, troppo iperbolica, prevedendo solo pochi decenni di vita per la Terra – resta da compiere in primo luogo una rivoluzione silenziosa e individuale che ci elevi al rango di consumatori attenti e consapevoli per promuovere la propria e l’altrui salute. A darci manforte le voci che si sollevano dal Forum di Madre Terra o quelle di Alice Waters, cuoca di Chez Panisse, uno dei ristoranti della California che per primi hanno fatto della “filiera corta” il manifesto ideologico e pratico per un nuovo modo di fare gastronomia negli Stati Uniti. O Luigi Veronelli, padre dell’enogastronomia italiana. Essi inducono all’ottimismo, malgrado troppo ancora debba esser fatto per compiere una retromarcia rispetto al grave andamento dell’economia globale. A fare questo documentario non poteva che essere un regista come Olmi, il quale per le sue origini rurali e contadine ha scelto molto spesso di dare voce ai sentimenti della gente semplice, si veda L’albero degli zoccoli (1978), in cui il regista getta uno sguardo poetico sul mondo contadino. E’ con questo stesso sguardo che ci restituisce in tutta la sua struggente poesia la storia dell’uomo di San Cipriano, che ha vissuto secondo le regole della natura per tutta la vita, rifiutando i simboli e gli agi della società del consumo. Quest’uomo ora è morto, ma la sua casa resiste a testimoniare lo spirito del suo coraggioso inquilino. Le riprese indugiano sui molti manufatti e utensili in legno realizzati a mano. Questa storia, con cui si conclude il documentario, sembra voler provocatoriamente dichiarare che si può vivere anche con poco, e che la logica del consumo forsennato è solo il risultato di una serie di bisogni inventati e indotti dal sistema capitalistico industriale. Basta esserne consapevoli per cominciare a dire basta.

Annarita Curcio, da “Spaziofilm”

Olmi e Diavoli, profumo di terra
Fabio Ferzetti Il Messaggero

Paghi uno prendi tre. Come al supermercato ma qui è tutto biologico. Tre registi dunque, e tre segmenti, per cogliere fascino e lotte di un mondo deciso a tutto per non finire malinconicamente fra le specie in via d’estinzione. Un terzo di documentario (Olmi), un terzo di film militante (Zaccaro), un terzo di poesia (Piavoli). A Olmi il lato più arduo: il grande raduno organizzato da Carlo Petrini di Slow Food che dà anche il titolo al film: Terra Madre. Un Forum mondiale con 1200 comunità e quasi 5000 delegati decisi a opporsi allo sfruttamento e allo spreco alimentare imposti dalle grandi corporations. Altri sarebbero stati sopraffatti. Olmi estrae da quell’alveare di storie facce bellissime, dettagli che urlano, utili promemoria (“il discorso dominante accusa noi africani di invadere l’Europa, ma siamo noi a esser stati invasi, tanto tempo fa”). Zaccaro segue fino a casa l’indiana Vandana Shiva, profetessa della biodiversità (“Il cibo è il luogo in cui si esprime il fascismo di oggi”). Piavoli chiude con un poema lirico su un contadino della valle dell’Adige che progetta e si costruisce un orto tutto da sé, stagione dopo stagione. Un inno alla Natura, e alle mani dell’uomo, raccontato con una tale grazia e con un senso così acuto dei tempi e delle materie, che pare di sentire l’odore della terra e dei frutti. Una meraviglia.
Da Il Messaggero, 8 maggio 2009
Questa terra è la mia terra. Ermanno Olmi e lo «slow film»
Roberto Silvestri Il Manifesto

«Per cosa lottiamo? Perché non ci siano mai più africani ischeletriti né yankees rigonfi di merendine o cibo chimico deformante». Già. L’ordine mondiale va cambiato. Le risorse e le tecnologie per risolvere il problema della fame ci sono. Invece si privatizza l’acqua e la scuola elementare…. Ermanno Olmi riprende, ancor più indignato, il filo rosso lanciato 40 anni fa da Rossellini, profetica Cassandra di un’imminente catastrofe socialecologica, e aizzatore di moltitudini ribelli quando ammoniva i giovani filmaker: «basta col cinema contastorie, documentiamo con le immagini il disastro, per cambiare la storia». Così la leggenda vivente del nostro cinema poetico e non futile, per sintetizzare nel suo documentario omonimo (girato in collettivo) cos’è Terra Madre, questo Tribunale Russell dell’alimentazione non avvelenata che si svolge annualmente a Torino dal 2005, dà la parola e molti primi piani a Vandana Shiva, sublime affabulatrice, la visionaria indiana dell’economia sostenibile, che è agguerrita militante della globalizzazione dal basso, miscela esplosiva di humus + humour.
«Noi siamo il prodotto della madre terra, cioè siamo cibo – aggiungerà in sostanza questa grande leader della lotta contro il criminal intellect multinazionale – e se il cibo è felice saremo felici. Se è troppo, distribuito per essere sprecato, e avvelenato, mal drogato, saremo avvelenati dall’unico valore etico, ma geneticamente modificato, ormai sopravvissuto, il profitto. Neanche il consumismo è consentito nella società dello spettacolo. Solo miseria, benché opulenta».
Il forum mondiale, organizzato da Slow Food 2008, ha ospitato a Torino e nel Piemonte, quasi 7000 delegati provenienti da 153 paesi. Indios amazzonici, inuit, biondi studenti quindicenni del Massachusetts che trasformano campi sportivi in orti biodinamici, e aizzano i loro coetanei senegalesi a fare altrettanto, pescatori scozzesi, sciamani aztechi, contadini filippini venuti per migliorare le propri tecniche di coltivazione, raccoglitrici giapponesi di riso «selvaggio», coltivatrici del Burkina Faso novelle Sankara impegnate nella conservazione delle sementi, perché nella biodiversità (e nella gandhiana decrescita dei consumi) si intravede un possibile rinascimento ambientale e un detour geopolitico rivoluzionario (il riformismo democratico non basta: infatti in platea è commosso, ma più che perplesso, il presidente Napoletano, con corazziere al fianco). 7000 storie «uniche» e simili, c’è da perdersi nella rete dei milioni di presidi verdi, organizzati ovunque, collettivamente o imposti dalla lucida follia di qualche passatista-futurista, tutti contributi per combattere le crisi ecologiche, climatiche, etiche e finanziarie che ci opprimono.
Olmi si fa ipnotizzare, come mai, dal suo stesso, prelibato, populismo (attento però: in Carinzia i contadini amano la madre terra, e sono razzisti); annega nei ricordi della campagna lombarda di un tempo, ancora rispettosa di «qualcosa»; si eccita per le sensazioni differenti che i campi arati, le colture e i pascoli del mondo sprigionano, anche se si somigliano proprio tutti.
E scioglie la briglia al suo sguardo «che non vacilla ma che ci insegna a perderci per trovare la nuova strada», come commenta-recensisce Carlo Petrini, presidente di Slow Food organizzatore del summit, ideatore e primo produttore del documentario (con la Cineteca di Bologna che proprio in questi giorni ha scelto il film per aprire il Film Festival Slow Food, e Itc movie). Un composito e slabbrato lavoro di imbastitura, tra documentazione del meeting, memoria e nostalgia dei filmini scolastici con le animazioni di flora e fauna al lavoro, un dibattito tra eco-esperti, il girato di varie troupe giovani della sua scuola di cinema, sguinzagliate per il mondo, musiche etno, anche launeddas, e la canzone Un albero di trenta piani dell’amico e rispettato collega regista Celentano, Omero Antonutti in voce fuori campo, testi poetici sugli «irriducibili» naif della coltivazione naturale. E dunque anche un brano da L’orto di Flora di Franco Piavoli, pioniere del «land Cinema». Olmi ritaglia gli interventi, e li sospende quando la lucidità dell’analisi politica comincia a coincidere troppo con quell’accerchiamento «della metropoli da parte della campagna» teorizzata da Lin Piao. Certo, Olmi non predica, semina. Manda una troupe in Norvegia, nelle artiche isole Svalbard, dove i ghiacciai conservano, in una sorta di «banca nature dei semi», la biodiversità e dà anche la parola agli euroburocrati, di cui si fida poco. Mentre Terra madre è una sorta di contro-Nazioni Unite senza barriere di lingue, divisioni di ideologie e religioni, né confini di stati, che organizza e dà la parola a contadini, pescatori, cuochi, allevatori, pastori, altri produttori artigianali dell’agroalimentazione, musicisti, studenti e professori universitari.
Volti che si somigliano in ogni angolo del mondo e corpi che «resistono – afferma Olmi – all’incalzare di una delittuosa politica di sfruttamento esasperato e devastante di suoli fertili, unica risorsa per il cibo dei popoli».
Da Il Manifesto, 8 maggio 2009
Olmi, militante ecologista
Tullio Kezich Il Corriere della Sera

Metti una sera a cena con Ermanno e famiglia, ho divertito gli astanti commentando così il reclamizzato addio al cinema del Maestro dopo Centochiodi: «È come se tu avessi annunciato che lasciavi Loredana, tua moglie, e poi venissimo a sapere che vi vedete di nascosto». L’ allusione è al nuovo film in uscita, Terra madre, che non è fiction, d’ accordo, e non esce neppure clandestinamente dopo Berlino, le anteprime, le interviste in tv tra le quali ottima quella di Fazio. Terra madre ripesca forse per caso un vecchio titolo di Alessandro Blasetti (1931), un film fascio-stracampagnolo di ben altro carattere. Qui è in gioco la sopravvivenza stessa del pianeta. Più che girato direttamente, il film è concepito e composto da Olmi, che ha sguinzagliato per l’ occasione sodali vecchi e nuovi, fra i quali Maurizio Zaccaro in India e l’ eremita Franco Piavoli a registrare foglia per foglia come crescono le culture sotto i Monti Lessini. Si comincia da una pittoresca cronaca della seconda edizione del meeting mondiale Terra madre (Torino, ottobre 2006) animato da Carlo Petrini di Slow Food. Un altro Carlo, quello d’ Inghilterra, si aggira anche lui da convinto militante ecologico fra le centinaia di delegati venuti da ogni parte del mondo per confrontarsi sul tema fondamentale: è possibile cambiare il corso delle cose? Cessando di suicidarsi per correre dietro a un frenetico modello di sviluppo, il pianeta può ritrovare un equilibrio ristabilendo un rapporto sano con la terra? Donde assemblee, riunioni, confronti di esperienze, lezioni, con contorno di mercatini, mascherate, esibizioni folkloristiche e altro. Sembra tutto semplice e a suon di musica, il segreto si direbbe alla portata di ciascuno. Ma contro simili iniziative cozzano l’ interesse privato, le cattive abitudini, la smania di arricchimento a ogni costo. È proprio vero, come dice la guru indiana dell’ agricoltura, Vandana Shiva, che i bambini americani obesi e quelli africani scheletrini sono il prodotto di uno stesso sistema di sfruttamento alimentare. I frammenti di discorsi che ci pervengono sono esaltanti e commoventi, pronunciati da gente d’ ogni provenienza. Ne riporto qualche frase, annotata al buio: «L’ amore per la terra si può sentire, vedere, odorare» è la più felice postilla al brano delle Georgiche di Virgilio letto da Omero Antonutti come epigrafe al film. E ancora: «Il riso selvatico deve essere selvatico», un atto di fede. «Dobbiamo migliorare il mondo per i nipoti e i pronipoti», il programma dei delusi che non sperano in una palingenesi del presente. E il «nuovo illuminismo» predicato dalla Shiva, che nella sua terra pratica la conservazione dei semi per salvaguardare un patrimonio naturale a rischio di estinzione. Intervengono storici, sociologi, contadini, gente comune. E intanto la macchina da presa spazia in varie parti del mondo fornendo immagini a supporto, a volte struggenti a volte incantevoli. A differenza che nei prodotti Disney, qui non c’ è patina, niente animaletti antropologici che danzano: c’ è la realtà nuda e cruda ed è già abbastanza per fare spettacolo nel rapido trascorrere dall’ informazione, dalla polemica e dalla denuncia alla poesia più rarefatta. Bellissima la frase fiduciosa di uno studente del Massachusetts che ha creato un orto modello: «Le piccole cose diventano grandi cose». Potrebbe essere il motto di tutta la sorprendente carriera, non solo cinematografica, di Ermanno Olmi, che da autore minimalista è pervenuto ai massimi problemi. Ricordiamo che già mezzo secolo fa progettava un’ epopea sulla Ritirata di Russia. In questi continui passaggi dal piccolo al grande e ritorno è sempre rimasto lui. E se dopo Terra madre gli scappasse qualche altro capolavoro?
Da Il Corriere della Sera, 8 maggio 2009
Ci salveranno i contadini
Ermanno Olmi

Ermanno Olmi racconta come e perché ha deciso di girare Terra Madre: «È finita la baldanzosa euforia della ricchezza facile. Il nostro futuro sarà agricoltura».
Il documentario Terra Madre di Ermanno Olmi è stato proiettato in prima mondiale al Festival di Berlino venerdì scorso nella sezione «Culinary cinema». Il lavoro di Olmi è un’inchiesta sulla sostenibilità dell’agricoltura, che si ispira o un incontro, organizzato da Slow food, tra ,agricoltori, allevatori, pescatori e cuochi, venuto a Torino nel 2008.
Perché ho fatto il film Terra Madre? Perché da qualche tempo sono inc…to: diciamo sdegnato. E questa indignazione è stato il primo dei motivi per cui ho fatto questo documentario. Ma è meglio che cominci dal principio, anche a costo di allontanare il lettore dopo solo poche righe.
Mi ricordo di un invito a un convegno, molti anni fa. Erano le prime volte che partecipavo a questi incontri culturali e avevo una gran soggezione di tutti, perché allora ancora credevo che quegli intellettuali così spigliati e garruli fossero davvero le menti che illuminavano il cammino della comunità umana.
Nella pausa caffè – ai convegni c’è sempre una pausa caffè – scambiando commenti in libertà, mi venne di dire che ero interessato a un film sulla civiltà contadina. Ahimé, povero tapino! Fui subito messo a tacere da un tizio che mi gelò con queste precise parole: «Il mondo contadino non è una civiltà». Giuro che disse esattamente così. Ma non c’è da meravigliarsi: fino a qualche decennio fa, per gli spavaldi inurbati i contadini erano zotici con le pezze al sedere, buoni giusto a rappresentare il ridicolo degli sprovveduti.
E invece adesso, da qualche tempo in qua, fare i campagnoli è diventato un privilegio di pochi fortunati e soprattutto il vanto di molti avanguardisti della modernità.
Come mai adesso si torna a parlare e straparlare di ritorno alla terra come unica risorsa sicura di sopravvivenza? E cosa c’è dietro tanto chiacchiericcio tra annunci catastrofici da una parte e, in opposizione, progetti di agricoltura industriale planetaria? Dicono, per poter sfamare due terzi della popolazione mondiale. Sono commosso da tanto buoncuore anche se è da una vita, ormai, che serto proclamare datante generose anime la santa missione dei Paesi ricchi nei confronti di quei popoli dove, in proporzione alla nostra abbondanza, si continua a morire di fame. E muoiono di fame proprio perché qualcuno ha tolto loro, in passato con la forza e ora col ricatto, le risorse naturali dei suoli dove sono nati e che gli appartengono. Abbiamo notizie di governi di Stati e muItinazionali che stanno acquistando intere regroni in tutto il pianeta per trasformarle in aree di produzione agricola con sistemi di monocolture estensive e transgeniche, trattate con fertilizzanti chimici e pesticidi. Dunque, possiamo rassicurare le nostre coscienze: c’è qualcuno che si prenderà cura dei derelitti del pianeta.
In che modo? Non è il caso di drammatizzare. E cosa importa se nel giro di pochi anni, le colture industriali distruggeranno la fertilità delle zolle. L’urgenza dell’amorevole soccorso impone sistemi produttivi adeguati.
Ma ora, giunti a questa attuale soglia storica, siamo obbligati a fare i conti senza inganno, mi domando: cos’hanno da dirci, oggi, certi luminari di allora che consideravano le masse “non civiltà contadina” a differenza di quella industriale, tecnologica, informatica? E tutte le lusinghe delle scienze innovative in cui abbiamo riposto le nostre certezze di progresso? Come mai proprio tutto questo nostro progresso non ci ha assicurato un modo più sicuro e più giusto? Quali sono state le ragioni per cui il nostro tempo ha fallito il suo proposito di porre le condizioni permanenti per una autentica e solidale convivenza civile? Dove sono finiti tanti entusiasmi per le moderne economie delle società del benessere c tutte le baldanzose euforieperle ricchezze dei capitali che potevano fruttare come le monete d’oro seminate da Pinocchio nel campo dei miracoli? I gatti e le volpi di questi ultimi anni stanno mutando rapidamente pelo per nascondersi sotto altri camuffamenti. Ma stiamo certi che, come dice il saggio proverbio, non perderanno il vizio. E sento già le voci di costoro che ribattono «I poveri ci sono sempre stati e proprio nelle campagne si moriva di fame». È vero. «E persino di più!». Questo non è vero se si fanno i conti nelle giuste proporzioni fra le città e la campagna. Ma se anche fosse, proprio perché i miserabili affamati ci sono sempre stati, noi adesso non possiamo rassegnarci al fatto che sempre ci saranno. Perché ora, giunti a questo punto, il passato ci ammonisce: non si può più accettare che pochi prevaricatori sottraggano ai più deboli. Non è più il tempo delle regge e dei sontuosi palazzi per magnificare la potenza di principi e re, né delle cattedrali per ogni sorta di divinità. E più di tutte, le divinità del denaro, anch’esso coi suoi templi alla ricchezza, per affermare l’incontrastato primato del suo valore. Dunque, ci sono speranze?
Da parte mia, sono fiducioso. E stavolta lo sono davvero, come non lo sono mai stato prima d’ora. Non sarà facile e ci vorrà tempo, volontà e sacrifici, così come ogni importante trasformazione richiede. Ma oramai non si torna più indietro. Il superamento di ogni condizione di difficoltà è sempre e solo nel coraggio del cambiamento: e quindi nel futuro. Da dove cominciare?
Innanzitutto, bisogna decidere da che parte stare. Ricomporre le macerie del sistema attuale e mantenere l’obiettivo di una più stabile ricchezza artificiale governata esclusivamente dall’uomo? Pensiamoci bene: ci siamo illusi con la grande sfida industriale inaugurata trionfalmente col Ballo Excelsior e di lì a poco riprecipitò nella Prima guerra mondiale. Ci siamo esaltati coi miracoli della meccanica e delle nuove tecnologie e subito ci siamo misurati con la Seconda guerra mondiale ancora più mondiale. E ora, con le scienze più avanzate, ci stiamo avventurando oltre il limite dell’umano, come annunciato nella profezia biblica: Genesi 3/zi «Il Signore Dio disse allora: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di Noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dall’Albero delle Vita, ne mangi e viva per sempre! Il Signore Dio scacciò l’uomo dal giardino di Eden perché lavorasse il suolo dà dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose a Oriente del Giardino di Eden i Cherubini e la fiamma della Spada folgorante per custodire la via dell’Albero della Vita». Cosa sarà questa «fiamma della Spada sfolgorante»? A cosa allude la Bibbia con una così terribile minaccia? A quale arma distruttiva posiamo oggi paragonare questo strumento di punizione apocalittica?
Mentre scrivo queste righe – certamente un po’ strampalate – guardo fuori dalla finestra e vedo il paesaggio tutto sommerso dalla neve, che quest’anno è caduta in abbondanza. Qui da noi, in montagna, la neve segna il riposo invernale della natura e il manto rimane candido e intatto fino a primavera. Intorno a casa vedo segnate le tracce degli animali che dal bosco escono in cerca di cibo. Fra tutte, riconosco quelle di uno scoiattolo che è diventato amico. Oramai si fida e ogni giorno viene a prendersi dalle nostre mani una noce, un pezzo di pane secco e qualche volta persino un biscotto. Forse questi momenti di amichevole condivisione del cibo con ogni creatura del Creato somigliano un po’ a quel giardino di Eden che per peccato di superbia abbiamo tradito. Allora il castigo fu il dover lavorare la terra per vivere. Oggi, coltivare la terra con una nuova consapevolezza del reale valore potrebbe essere il migliore dei progetti per riconquistare un nuovo Giardino di Eden.
Da Il Sole-24 Ore, 8 Febbraio 2008
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One comment to Terra madre

  • centochiodi  says:

    […] della Sera … Quello che Olmi dice oggi lo aveva gi  detto lo scorso anno in Centochiodi …Terra madre | Cinema e Teatro Gabbiano di SenigalliaMangiare _ un atto agricolo, produrre _ un atto gastronomico Nel luglio del 2006 Carlo Petrini invia […]

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